Descrizione
La toponomastica della via principale del paese conserva pure questa memoria in modo inequivocabile. Si è già parlato del Molin del Mazot (detto anche Om dei Marenghi) che si trovava molto in alto nella valle del torrente e di cui tuttora esiste il rudere.
Il fatto che il Rio, che a monte prende le acque del Rio Selvaggio e del Rio Bosco Nero, sia stato fino agli anni 40 del secolo scorso estremamente generoso di acqua corrente, unito all’inclinazione naturale della montagna ha favorito la costruzione di questi manufatti che sfruttavano per macinare i cereali la forza idraulica.
Un testimone di eccezione e di notevole memoria ci ha raccontato la storia del Molin Vecio o Molin Grant. E’ Valentino Ferrari, una persona che potrebbe raccontarne tante storie di Roverè della Luna, essendo stato un grande protagonista dell’associazionismo sportivo e culturale del paese e avendo lavorato per tantissimi anni in una cava storica di Roverè della Luna ovvero la cava del magnesio, attiva dal 1950 fino a una trentina di anni fa.
Il cosiddetto Molin Vecio si trova sulla strada per andare verso Pianizzia, che si imbocca alla fine della via dei Molini. In meno di mezzora di tranquilla passeggiata si vede un suggestivo rudere al suo fianco sinistro corre il torrente, con intorno una lussureggiante vegetazione. Così dal basso sembra un quadro del Romanticismo, periodo in cui una corrente pittorica sublimava il rudere immerso nella vegetazione prorompente a soggetto artistico per eccellenza, in quanto perfettamente rappresentante la forza della natura e il tempo che scorre.
Il molin vecio fu costruito dal bisnonno di Valentino Ferrari, Giuseppe/Joseph Stimpfl, verso la metà del XIX secolo.
Per realizzarlo materialmente costruì una calcara per produrre la “calcina”. Oltre a questo mulino più noto e visibile a cui era accostata la casa della numerosa famiglia Stimpfl, Giuseppe costruì un altro mulino 100 metri più in basso del quale esistono resti di murature.
Entrambi i mulini funzionavano con l’acqua del Rio il primo in alto era destinato alla macinatura di granoturco e alla produzione di farina gialla e il secondo alla macina del frumento e alla produzione di farina bianca.
Il figlio di Giuseppe, nonno di Valentino, si chiamava Alberto ed ebbe 7 figli, di cui sei maschi e una femmina, Luisa, la mamma di Valentino appunto.
La famiglia fu pienamente coinvolta nell’attività di molitura e quel mulino abitato da gente buona e disponibile diventò una tappa costante per le persone che passavano dal sentiero per andare verso Pianizzia.
La prozia di Valentino in particolare offriva sempre un momento di sosta ristoratrice alla donne che per fare la legna si recavano a Pianizzia.
Il molino rimase comunque attivo fino alla fine degli anni ‘40, quando in realtà l’acqua cominciò a scarseggiare, e la resa del lavoro di molitura diminuì. Quindi a inizio anni ‘50 fu abbandonato e ne furono riutilizzati i materiali di costruzione.
Negli anni ’30 del XX secolo si costruì una centrale idroelettrica a Roverè della Luna presso l’attuale casa Nardin a fine via dei Molini, che sfruttava la forza dell’acqua del torrente, ma la prima centrale idroelettrica del paese fu costruita privatamente dai signori De Keutzenberg. Di quest’opera molto antica esiste tuttora la vasca di raccolta dell’acqua.